Scambio di Coppia
La Servitù parte 2
26.08.2025 |
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"“Succhia, puttana, succhialo tutto che ti fa bene, ” le dissi, in un impeto di eccitazione..."
Mi accolse con un: “Attendevo con ansia di rivederla,” detto con un sorriso dolcissimo. Onestamente, non mi sarei mai aspettato una come lei potesse offrire a uno come me un sorriso simile. Che per caso le piacessi veramente? Sarebbe stata una grave deviazione sessuale, che forse avrei dovuto segnalare al servizio di igiene mentale. Ma decisi che, nel caso, l’avrei fatto solo dopo essermela ripassata per bene.Mi disse che aveva preparato il telescopio sulla terrazza al primo piano. Salimmo subito per guardare le stelle visibili, sulle quali mi ero preparato a dovere. Mi ero semplicemente scritto i dati sul palmo della mano sinistra, ma fingevo di ricordarli a memoria. Purtroppo, il freddo richiedeva un abbigliamento pesante che nascondeva alla vista tutto quello che mi attirava di quella gran figa. Tranne la bocca piccola e carnosa, che sognavo di avere presto sulla mia cappella turgida e pulsante.
L’aspetto positivo era che, causa il freddo, “dovevamo” restare molto vicini. Al punto che sentivo il suo calore, il suo profumo, i suoi umori inebriarmi. Un paio di volte, addirittura, mi abbracciò, facendomi fremere. Inutile dire che richiese un grande sforzo tenere (non solo) le mani al proprio posto. Per il momento, dovevo mantenere il controllo: la data X si stava avvicinando, e non potevo rischiare di rovinare tutto. Altrimenti, addio alla scopata (anzi, scopate!) del secolo.
Aveva le mani gelate e iniziò a soffiarci sopra per scaldarle. Io le presi tra le mie per scaldarle più velocemente. Sentire il suo fiato caldo e profumato sulle mie mani e sul viso mi fece bagnare (non solo) le mutande. Rientrammo in casa, e mi offrì un tè caldo per riscaldarmi. Ovviamente, accettai con piacere.
Mi chiese di seguirla in cucina per aiutarla. Nel frattempo, tolse il pesante mantello. Con mia sorpresa, vidi che indossava un paio di jeans “strappati” vicino ad aree solitamente ben coperte, come l’interno coscia destro. La maglia in cachemire, corta e leggera, evidenziava la pancia piatta, il seno ben tornito e i capezzoli inturgiditi dal freddo. Mi faceva venire voglia di succhiarli e mordicchiarli senza pietà.
Chiesi di andare in bagno, adducendo un bisogno impellente. In effetti, era impellente, e non era solo liquido seminale: probabilmente c’era anche sborra. Per evitare ulteriori “problemi,” mi segai per bene per svuotare lo scroto. In un paio di minuti, mi ricomposi e tornai da lei, che mi attendeva. “Bellissima lezione, grazie!” disse. “Un conto è leggere, un altro è avere un professore che ti spiega le cose e ti fa notare come tutto sia collegato.”
“Ma si figuri, per me è un piacere,” risposi. “Anzi, è così piacevole conversare con lei che mi tratterrei fino a notte inoltrata,” dissi, per sondare la sua reazione. “Oh, sì, sarebbe magnifico!” rispose. “Appena rientra, chiedo a Jean di organizzare una serata, così mi potrà mostrare e raccontare di tutte le stelle che si vedono fino al mattino.”
Non sapevo come interpretare questa risposta. Gli eventi stavano (positivamente) precipitando, ma c’era lo zampino di Jean, o era solo merito mio? Ovvero, il mio ruolo di (falso) professore aveva fatto breccia in quella che sembrava una grandissima troia in cerca di cazzi da consumare? Propendevo presuntuosamente per la seconda ipotesi. Perché, se fosse stata la prima, avrebbe significato che Sophie fosse al corrente del nostro accordo, cosa di cui ero – forse ingenuamente – sicuro non fosse.
Non riuscivo a fare ragionamenti complessi: Ogni volta che il corpo di Sophie mi appariva, o sentivo la sua voce o il suo profumo, la testa correva a fantasticare. Cercavo tutte le posizioni in cui avrei potuto scoparla. Ce n’era abbastanza per scoppiare. Infatti, tornato a casa, non potei fare a meno di segarmi per ben tre volte di fila prima di sentire l’eccitazione e il vigore scemare. Mi sembrava di essere tornato indietro di 30 anni.
La sera, dopo cena, Anna buttò lì: “Mercoledì, sei libero? Ti va di fare un giro per negozi?” “Certo,” risposi. “Vuoi prendere dei regali per Natale?” chiesi. “Sì, ma non solo. Dobbiamo dare una risposta a Jean. Pensavo di andare a dare un’occhiata all’ascensore: costi, vantaggi, eventuali problemi.”
“OK,” risposi, dissimulando. Ma avevo capito che questa era la prova certa che aveva deciso di accettare la proposta di Jean. Diavolo di un Jean, come c’era riuscito? Mi chiesi se avesse usato il suo charme da PR per convincerla. Magari parlando di come l’ascensore avrebbe migliorato la nostra vita. Anna era sempre stata sensibile a soluzioni pratiche, ma c’era qualcosa nel suo tono che mi faceva sospettare. Stava nascondendo un desiderio di cambiamento più profondo.
Ma, ormai, non era più importante: la cosa era fatta. La scopata con quella fantastica troia, forse anche gran maiala, era cosa certa. Feci mentalmente partire il conto alla rovescia. In effetti, martedì, Jean mi chiamò e disse: “Vedo che l’affiatamento con Sophie va alla grande… forse non c’è bisogno di un terzo incontro. Ieri sera mi ha fatto una testa tanta, parlando di te e di tutto quello che le hai detto. A proposito, complimenti… mi sa che l’hai conquistata. Non era né scontato né previsto. Onore al merito.”
Il petto mi si gonfiò dalla presunzione, al pari dell’uccello che si gonfiava dall’eccitazione. Ero dibattuto: così facendo, avrei perso un incontro con quel figone, ma avrei anticipato la Grande Scopata. Tentennavo, indeciso, quando Jean decise per me. “Allora, direi che ci vediamo venerdì pomeriggio dal notaio per quella nostra cosuccia,” disse. “Poi, sabato sera, è già in programma una festa. Sei ufficialmente invitato.”
“Dirò a tutti che Sophie non si sente bene, così tu te la ingroppi in santa pace. OK? Ma una volta o due, non te la cedo tutta la notte: alle 2 vengo a riprendermela, perché voglio inzuppare io il biscotto! Intesi?” continuò. “Sì, sì, certamente, dopotutto è tua moglie,” risposi, con un po’ di delusione. Ma tanto, più di tre non riesco a farne, mi autoconsolai.
Il mercoledì, andammo a vedere l’ascensore. In effetti, offriva dei vantaggi che non avevamo considerato. Ma Anna parlava come se fossimo lì per acquistarlo. La incalzai: “Allora, hai deciso?” Un po’ imbarazzata, disse: “Sì, direi di sì. In effetti, è la scelta migliore.”
Era quello che volevo sentire. “Bene, se hai deciso, per me va bene. Sai che quello che tu decidi per me va sempre bene,” dissi, sornione. Giovedì, vedendo una pubblicità in TV, mi sovvenne una cosa che non avevo considerato. Non mi ero mai depilato intimamente.
A mia moglie, quando scopavamo, molti anni fa, non dava fastidio. Ma non potevo rischiare che l’incontro con quella gran figa di Sophie avesse qualche sbavatura. Dovevo assolutamente depilarmi completamente. Corsi in farmacia a recuperare il materiale, chiedendo, imbarazzatissimo, qualche chiarimento. Tornai a casa e, in qualche modo, riuscii a togliere tutto. La sensazione di freschezza era piacevole, wow!
Il venerdì, mi recai dal notaio per la “formalità”: una cosa veloce. I documenti erano già pronti, l’assegno circolare pure. Una veloce lettura all’atto, e firmammo. Prima Jean, poi io. A metà firma, mi fermai e guardai Jean, dicendo: “Oh… niente scherzi, eh!”
Mi rassicurò: “Tranquillo, è la cosa che mi costa di più, ma la mia parola vale quanto la mia firma, anzi, di più!” Il notaio, insospettito, chiese chiarimenti sulle nostre parole. Ma gli dicemmo che si trattava di una innocente scommessa. Jean, mentre mi accompagnava alla macchina, si raccomandò: “Ehi, domani sera, la festa comincia alle 22. Abito elegante.”
“Ti presento a qualche ospite, poi, quando comincia la cena, con questa chiave ti infili nella stanza 21. Sophie ti raggiunge, o forse sarà già lì. Fai quello che devi, mi raccomando: porta preservativo e lubrificante. Non voglio che me la rovini, e lasciale un po’ di forze. Dopo le 2, la voglio montare io. Dopo, se vuoi, puoi stare alla festa. Tanto, va avanti fino alle 6, ed è tutta bella gente, simpatica e alla mano.”
“Eh… vedo. Di solito, mia moglie il sabato lavora fino a tardi. Valuterò al momento,” risposi. Quella notte, non riuscii a dormire. Ero agitato ed eccitato al tempo stesso. Temevo che l’emozione mi giocasse brutti scherzi e che non andasse come sognavo da sei mesi. Anche Anna era agitata. Che si fosse pentita di aver ceduto il terreno a Jean? Mah.
Sabato pomeriggio, provai a riposare. Volevo essere bello sveglio e carico per la serata. Stasera, nulla doveva andare storto! Alle 21:00, feci la doccia, controllai l’attrezzo. Testai lo scappellamento: OK. Pulii bene il bordo della cappella con il sapone.
Poi pulii per bene tutta la cappella, al punto che cominciò a diventare ipersensibile. Raffreddai subito con acqua gelata… era sparito… non lo vedevo più. “Non oggi! Dai, non fare scherzi proprio oggi!” Riapparve… OK, lo profumai… ahhhi… l’alcol bruciava sulla pelle irritata dal sovralavaggio. Misi la crema: diventò appiccicaticcio… stavo rovinando tutto… mi autocommiserai.
Alle 21:30, ero pronto… ma era ancora presto. Cominciai a misurare il salotto avanti e indietro. A occhio, erano le 21:45. Controllai l’orologio: erano solo le 21:36. Il tempo non passava più.
Non volevo pensare a quello che sarebbe successo, altrimenti mi eccitavo troppo. Alle 21:50, decisi di partire. Arrivai al cancello alle 21:52: in effetti, erano 300 metri… ma il cancello era aperto. Entrai cautamente.
Arrivato vicino alla villa, vidi varie coppie che salivano la scalinata, apprestandosi a entrare.
Erano tutti super eleganti, al punto che, guardando il mio abbigliamento, mi sembrava di non essere all’altezza. Ma poi mi dissi: “Chissenefrega! Io sono qui per trombare quella figa galattica di Sophie, mica per la festa! La festa la lascio a questi sfigati!” Eccedevo un po’ di autostima.
Arrivato sopra le scale, vidi Jean che mi fece cenno di attenderlo mentre faceva gli onori di casa agli ultimi arrivati. Poi mi si avvicinò e disse: “Scala di destra, penultima stanza a sinistra! Ti busso verso le 2, aprimi… se sei ancora vivo.” Salii le scale lentamente. Le gambe mi tremavano all’idea di incontrare, questa volta per davvero, quella grandissima figa.
Speravo fosse anche una grande maiala. Con la speranza di trasformare in realtà almeno qualcuna delle fantasie che avevo fatto pensando a lei in questi mesi. Scopandola in figa, culo e bocca, alla pecorina, a cavalcioni, con lei sopra o io sopra, in piedi, sdraiati, sulla sedia e in mille altri modi.
Arrivai alla porta, con il cuore in gola. Inserii la chiave nella toppa e girai dolcemente. La porta si aprì, e lei era già lì, sul letto, con una vestaglia di seta bianca trasparente. Non si faticava a intravedere tutto il suo splendore. Il cazzo mi si riempì in un istante.
“Buonasera, professore! È un piacere rivederla,” disse, con un tono sfacciatamente voluttuoso ed erotico. La canna, già gonfia, si impennò come non faceva da anni. “Si spogli. Non sa da quanto tempo sogno di vederla nudo.” Sapessi io, pensai. Ma dice veramente a me? Non è che mi sta prendendo per il culo?
Mi spogliai e restai con il mio “gran” cazzo bello sull’attenti. E lei, impunita: “Ma, prof… complimenti! Avevo già avuto modo di notare la sua verga sotto i vestiti nei nostri incontri del lunedì, ma è più grosso di quanto avevo ipotizzato! Sa, a me eccita molto quando faccio fatica a far entrare la cappella nella mia boccuccia, anzi, nelle mie bocche,” precisò, leccandosi voluttuosamente il labbro inferiore. “Sentire la cappella che divarica i muscoli e li spinge di lato mi fa sentire bella piena e desiderata, e questo mi eccita tantissimo,” aggiunse con una voce lussuriosa e volutamente cantilenante.
“Le ho preparato una semplice interrogazione,” disse sorridendo: “Vediamo se mi sa dire i nomi di queste quattro stelle?” Indicava alternativamente la stellina incollata sul suo capezzolo destro, quella sul capezzolo sinistro, quella sul clitoride e la quarta, indicandosi il fondoschiena.
“Beh, facilissimo,” dissi. “Il capezzolo destro è ‘Sirio A,’ la stella più brillante del cielo. Il capezzolo sinistro è ‘Sirio B,’ la sorella gemella di ‘Sirio A.’”
“Il clitoride è la ‘Stella Polare,’ perché è un punto di riferimento fisso da millenni, sempre visibile e pronta a guidare l’esplorazione,” continuai.
“Per quanto riguarda quello dietro, mi dispiace, ma da un’allieva così brillante, un errore così grave non me lo sarei aspettato. Infatti, quella non è una stella, ma un buco nero, l’oggetto con la maggiore forza di attrazione dell’intero universo. Sta attraendo inesorabilmente il mio uccello verso di sé.”
“Ma cosa accade? Incredibile! Sto testando sperimentalmente tutte le congetture che, negli ultimi decenni, sono state fatte nel campo dell’astronomia. Il mio cazzo, man mano che si avvicina al buco nero, si sta spaghettificando: è lungo il doppio di quanto era mezz’ora fa! Inoltre, sto sperimentando il rallentamento del tempo, man mano che mi avvicino al buco nero: questo istante mi sembra infinito.” Sophie rise.
Non so se avesse capito tutti i miei riferimenti scientifici, ma una cosa l’aveva capita sicuramente. Non vedevo l’ora che misurasse la larghezza della mia verga in bocca. Con un balzo, si aggrappò con entrambe le mani al mio cazzo. Cominciò a segarlo e succhiarne la cappella con movimenti rotatori della testa. Titillava tutto il bordo della cappella e anche il frenulo con una voracità inaudita.
Wow, questo era meglio di quanto avessi potuto sperare. Sophie non era solo la più sensuale ed erotica figa che avessi mai visto, ma una grandissima porca assatanata dall’uccello. Mentre la mia mente pensava questo e pregustava cosa sarebbe accaduto di lì a poco, si era già ingoiata fino in fondo tutta la mia non eccezionale mazza. Sembrava non bastarle, visto che mi aveva ficcato a freddo il pollice nel culo, innescando un rapido e istintivo colpo di reni che le spinse più a fondo la mia cappella umida.
Poi prese l’uccello con le tette e mi deliziò con una fantastica spagnola. Le tette, dure come cemento, si muovevano ritmicamente su e giù per l’asta. La bocca era pronta e avida di accogliere e succhiare la cappella, che era diventata viola dall’eccitazione. “Prof,” chiese, tra una succhiata di cappella e l’altra, “e a questa che nome darebbe?”
“Beh, questa è facile… ‘Eclissi di Tette,’” risposi. “Perché, come un’eclissi, è un evento spettacolare in cui due corpi celesti, in questo caso, due ‘lune gemelle’, si allineano perfettamente. Creano un momento di pura magia che oscura tutto il resto!
Per il pompino… suggerirei ‘Collasso Gravitazionale.’ Perché è un viaggio inarrestabile verso il centro, una forza irresistibile che risucchia tutto in un vortice di piacere cosmico. Con un’intensità che sfida le leggi della fisica!”
“Wow,” disse lei, impunita. “Non pensavo che studiare l’astronomia fosse così piacevole…”
Non dirlo a me… pensai. In un raro momento di pausa dal torturarmi l’uccello e, soprattutto, la cappella, mi chiese:
“Prof… sono indecisa sul da farsi, e allora lascio decidere a lei: me lo sbatte prima in figa o prima mi trapana culo?” chiese, lussuriosamente.
“Prima in figa,” risposi senza esitazione. “Sai, dal buco nero si presume non ci sia ritorno… e non vorrei perdermi la tua fighetta.”
“Non sia mai…” aggiunse lei, gemendo. Mentre continuava a seviziare la mia cappella con ingordigia, iniziai a masturbarle la figa. Prima sfiorando l’interno cosce, poi avvicinandomi alle grandi labbra con un movimento lento e circolare.
Iniziai a massaggiarle il clitoride con un dito, poi con due, poi con tre. Premendo su di esso o sfregandolo tra pollice e indice. Iniziò a contorcersi e mugolare, senza mai smettere di scappellarmi e succhiarmi il cazzo. Avvicinai le dita alla figa, che era piena di umori. La penetrai con tre dita e iniziai a martellarla, avendo cura di tenere occupato e ben massaggiato il clitoride con il pollice.
Ruotavo la mano per stimolarla maggiormente. La mia mano era fradicia dei suoi umori. La estrassi dalla figa e feci gocciolare i suoi umori sulla mia verga, in modo che potesse succhiarli. Ma era ingorda… li voleva tutti. Così abbandonò per un attimo la mia mazza e succhiò e leccò prima la mia mano, poi, avidamente, una per una le dita.
Tornai nella sua calda vulva. Era un’esplosione di piacere. Il suo corpo non smetteva di tremare. Le tette si muovevano in una danza che mi aveva ipnotizzato. E lei, non paga, visto che io mi ero fermato, iniziò a sgrillettarsi il clitoride con una mano. Si era cacciata quattro dita nella figa e continuava a masturbarsi. Era proprio una grandissima maiala che godeva del sesso più sfrenato.
Giusto il tempo di cambiare alcuni asciugamani, zuppi di umori e sudore. Riprese a succhiarmi la cappella con ancora più vigore e dedizione di prima. “Le dispiace se continuo con il suo cazzo in bocca? Ma me la riempie così bene, che sembra fatto apposta,” disse. “Chissà com’è contenta sua moglie ad averlo per sé tutte le volte che vuole,” commentò, senza togliere completamente il cazzo dalla bocca.
Non ero certo di quello che avevo sentito. La più bella donna che avessi mai incontrato, che non avrei mai pensato di poter avvicinare, si era complimentata con me e con il mio cazzo? Incredibile. A dire il vero, anche mia moglie mi diceva che il mio cazzo era troppo largo. Ma diceva appunto “troppo largo”, per giustificare, pensavo, che i nostri fugaci rapporti sessuali fossero così radi.
Invece, per Sophie, quello era il mio maggior pregio!
Stavo ancora pensando a cosa rispondere, quando mugolò: “Prof, sono di nuovo tutta fradicia. Mi fai succhiare di nuovo i miei umori? Ma stavolta raccoglili con la cappella: così si mescolano ai tuoi,” rantolò. Il cazzo, che si era leggermente sgonfiato, riprese vigore. Obbedii immediatamente con immenso piacere ed eccitazione.
“Succhia, puttana, succhialo tutto che ti fa bene,” le dissi, in un impeto di eccitazione. Leccò con avidità la cappella tutte le volte che gliela offrii. Quando furono terminati, prese in bocca la mia cappella e la succhiò violentemente. Al punto che si gonfiò tanto che pensai mi stesse scoppiando. La porca, non sazia, voleva estrarre fino all’ultima goccia del mio nettare.
“Adesso ficcamelo nella fregna,” disse, vogliosa. Iniziai a massaggiarle le pareti con la punta dell’uccello, inserendo parzialmente la mazza nella sua figa. Di nuovo umida, per poi estrarlo immediatamente. “Sì, così… sento che mi stai allargando. Non ti fermare, più forte,” ansimava, vogliosa.
“Allora, prendilo tutto, troia. Ora ti sfondo per bene,” le gridai. “Sì, sì, così, lo sento adesso… continua così, non fermarti. Sono la tua troia… fammi godere,” mi eccitava lei. D’un tratto, si divincolò. “Voglio montarti e voglio vedere il tuo cazzo che entra ed esce dalla figa.”
“Sì, troia, voglio veder anch’io come lo fai sparire,” risposi. In un attimo, ci girammo, e iniziò a muoversi su e giù con un ritmo infernale. La mia verga appariva e scompariva come in un gioco di magia. Ed io potevo vederlo attraverso lo specchio strategicamente posizionato accanto al letto. Si muoveva così veloce che le mie palle mi sbattevano fino a farmi male.
L’eccitazione era a mille. Lei si massaggiava con vigore e lussuria il clitoride. Le sue tette, sode e pesanti, come trofei su un altare, sbattevano in una danza ipnotica. L’unico peccato era non poterle avere tra le mani per seviziarle di piacere. Sentii che stavo per venire e si fermò: non voleva che la festa finisse… e nemmeno io lo volevo.
“Prof, ho la figa tutta bagnata, ma non voglio perderne una goccia,” mi chiese. “Ti va di raccogliere gli umori e passarmeli? Ho tanta sete,” disse, con il dito in bocca, come la grandissima troia che era. Ero in estasi. “Certo, con immenso piacere,” risposi. Mi buttai a capofitto su quel fantastico fiore.
Mi tuffai con la lingua nella sua figa, bagnata e già fradicia. Succhiavo ogni goccia di quel succo caldo e salato. Poi, con la bocca piena dei suoi umori, glielo versai dritto in bocca. Lasciandola assaporare il suo stesso piacere mentre ci perdevamo in quel gioco. Iniziai a massaggiarle il clitoride con la lingua, prima lentamente, poi più velocemente e con più pressione.
Muovevo la lingua ruvida contro il clitoride che pulsava. La sua schiena si inarcava, e il mio viso affondava nei suoi umori. Sentivo che le piaceva, e continuavo senza rallentare il ritmo. Mi succhiai il pollice, ma mi accorsi che non ce n’era bisogno, e lo inserii nella figa. Lei apprezzava.
Allora, tolsi il pollice e inserii l’indice e il medio, iniziando un dentro e fuori, aumentando il ritmo. La figa si allargava… c’era posto anche per l’anulare e il mignolo. La sentivo gemere: “Siii… bravo… così, ficcami dentro tutta la mano.” Non me lo feci dire due volte. La sua vagina si allargò per accogliere tutta la mia mano.
Continuavo, in qualche modo, a leccarle il clitoride, ma lei si agitava troppo. Mi fermai… ma ormai era tardi: stava venendo. Allora, ripresi con più forza possibile. Estrassi la mano: era inondata di succhi. Glieli offrii, e lei gradì, leccandosi anche le gocce che avevo fatto cadere sulla mia cappella. Ancora eccitata ma non più turgida come avrei voluto, sperando riuscisse a ridarle vigore.
La vedevo appagata… anche io lo ero, ma il tempo passava. Avevo ancora almeno un paio di sfizi da togliermi: le sue magnifiche, fantastiche, dure tette con due capezzoli ancora più duri e turgidi. Cercai di contenerle, ognuna nelle mie mani, ma non ce la facevo: erano troppo grosse. Allora, le massaggiai, le spremetti, le schiacciai, le torturai. Mi avventai sulle areole, le leccai con movimenti rotatori.
Titillai alternativamente i due capezzoli, che si irrigidivano. Li strusciai tra pollice e indice. Gemeva… Poi presi la mia verga, dura come il marmo e pulsante di desiderio, e la avvolsi tra le sue grandissime e eccitanti tette. Così sode da sembrare scolpite, con i capezzoli turgidi che spuntavano come trofei. Le strinsi forte con le mani, premendole contro il mio cazzo.
Iniziai a sbatterla, muovendomi avanti e indietro con un ritmo lento ma deciso. Sentivo la pelle vellutata delle sue tette accarezzarmi l’asta. Ogni spinta era un’esplosione di piacere, il mio uccello scivolava tra quelle colline perfette. Lubrificato dal sudore e dai suoi umori che colavano ancora dalla figa fradicia.
“Oh, cazzo, Sophie, guarda come ti scopo le tette,” grugnii, con la voce roca dall’eccitazione. “Le hai fatte così grosse apposta per farmi impazzire, vero, troia?” Lei rise, una risata bassa e lasciva, mentre si mordeva il labbro inferiore. Gli occhi verdi brillavano di lussuria. “Siii, prof, sbattimele forte,” ansimò, spingendo il petto in avanti per stringere ancora di più il mio cazzo tra le sue tette.
“Voglio sentire quella cappella dura che mi scopa il solco, voglio che mi marchi con il tuo cazzo,” continuò. Aumentai il ritmo, le tette sbattevano contro il mio bacino. Creavano un suono umido e osceno che riempiva la stanza. Ogni tanto, la punta della mia cappella spuntava tra i suoi seni. Lei, porca com’era, abbassava la testa per succhiarla avidamente.
La lingua girava intorno al bordo, leccando ogni goccia di liquido che fuoriusciva. “Cazzo, sei una fottutissima vogliosissima troia,” le dissi, mentre sentivo i muscoli della prostata contrarsi, pronti a esplodere. “Non venire ancora, prof,” mi ordinò, con un tono che era un misto di supplica e comando. “Voglio che mi riempi la bocca dopo, ma prima… continua a sfondarmi le tette.” Si sputò sulle mani, spalmandosi la saliva sul seno per rendere tutto ancora più scivoloso.
Strinse le tette così forte che il mio cazzo quasi sparì, intrappolato in quel paradiso di carne. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace scoparmi le tette,” mi provocò, mentre si muoveva in sincronia con le mie spinte. I capezzoli sfregavano contro i miei palmi. “Mi fai scoppiare, puttana,” ringhiai, accelerando, il mio cazzo che pulsava tra quelle tette perfette. “Sei un cazzo di sogno bagnato, Sophie, non ne ho mai abbastanza di queste tette da urlo.”
Lei gemette, inarcando la schiena. Una mano scivolò tra le sue cosce, iniziando a sgrillettarsi il clitoride con foga. “Siii, continua, sto per venire solo a guardarti,” mugolò, il corpo che tremava mentre si masturbava. I suoi umori gocciolavano sul letto. “Sborrami sulle tette, prof, fammi vedere quanto ti faccio godere,” disse.
Non ce la facevo più. Con un’ultima spinta violenta, sentii l’orgasmo montare. Con un grugnito animalesco, schizzai tra le sue tette. Il mio sperma le dipingeva il seno, colando lungo il solco e gocciolando sui capezzoli. Sophie, senza perdere un secondo, si chinò e iniziò a leccare ogni goccia. Succhiava il mio cazzo ancora duro mentre mi guardava con quegli occhi da troia che mi mandavano fuori di testa.
“Mmm, prof, sei delizioso,” sussurrò, leccandosi le labbra. “Ma non pensare che sia finita qui… Voglio che tu mantenga la promessa che mi hai fatto poche ore fa: impalami!” mi sussurrò nell’orecchio. Mentre mi massaggiava l’uccello per farlo ritornare duro. Raccolsi le ultime forze, ancora stordito dalla sborrata monumentale che mi aveva svuotato tra le sue tette stratosferiche. Le dissi, con la voce roca: “Certamente, Sophie, dobbiamo verificare se da quel tuo buco nero non c’è davvero ritorno.”
“Prof, temevo che non me lo avresti chiesto!” rispose lei, con un sorriso da troia che mi fece tremare le gambe. “Forza, infilamelo nel culo, voglio sentire quanto me lo allarga.” Wow, perché non esistono milioni di donne come questa? pensai. Ma basta filosofie del cazzo: dovevo scoparla, anzi, dovevo incularla.
Il mio sogno bagnato era impalarla. Avere una verga così grossa e dura da spaccarle lo sfintere senza bisogno di mani. Infilandogliela tutta nell’ano fino a farla urlare. Peccato che, dopo quella spagnola da infarto, il mio uccello sembrava un razzo con il carburante finito. Per giunta, avevo imperdonabilmente dimenticato di comprare la miracolosa pillola blu: errore da pivello, pensai.
Quel culo, però, era troppo perfetto per non provarci: sodo, rotondo, un buco nero che chiamava il mio cazzo come una sirena. Sophie, dea del sesso, capì al volo e prese l’iniziativa. “Tranquillo, prof, ci penso io a risvegliare la tua mazza,” disse, con quella voce vellutata che mi mandava in tilt. Si inginocchiò, mi prese le palle in bocca, succhiandole con una foga che mi fece quasi svenire. La sua lingua scivolava sul perineo, stuzzicandolo, mentre le sue mani mi massaggiavano l’asta, cercando di riportarla in vita.
“Cazzo, Sophie, sei una porca senza limiti,” gemetti, sentendo un guizzo di speranza nel mio cazzo mezzo morto. Poi, si mise a pecorina, inarcando la schiena come una gatta in calore. Con entrambe le mani si allargò i glutei, offrendomi una visuale perfetta di quel buco nero stretto e invitante, lucido di desiderio. “Vieni, prof, sfondami,” mi provocò, muovendo il culo lentamente, come se mi stesse ipnotizzando. “Fammi vedere che sai fare.”
Provai a puntare la mia verga, ma era floscia come un palloncino sgonfio. “Houston, abbiamo un problema,” dissi, tentando di sdrammatizzare, ma con un nodo in gola. “Non ho abbastanza spinta per superare l’orizzonte degli eventi…!” Sophie rise, un suono osceno e complice. “Niente paura, prof, il soccorso intergalattico è qui!” disse.
Si girò di scatto, si leccò il pollice con una lentezza che mi fece quasi venire solo a guardarla. Senza preavviso me lo infilò nel culo, massaggiandomi la prostata con una precisione chirurgica. “Cazzo!” urlai, travolto da un’ondata di piacere così intensa che il mio cazzo tornò duro in un secondo. Pulsante e pronto a esplorare l’abisso. “Ecco la spinta che serviva!” ringhiai, mentre lei ridacchiava, continuando a stimolarmi con quel dito che sembrava conoscere ogni mio punto debole.
Con un colpo di reni, superai l’orizzonte degli eventi e mi infilai nel suo culo stretto, caldo, che mi avvolse come un guanto. “Sono dentro!” urlai, incredulo, mentre il mio cazzo spariva in quel buco nero perfetto. “Siii, ti sento, prof, cazzo, forte e chiaro!” gemette Sophie, spingendosi indietro contro di me. “Sbattimi più forte, voglio sentirlo tutto, fammi venire!”
Ma, porca puttana, la spagnola di prima mi aveva prosciugato. Dopo poche spinte, sentii il mio cazzo perdere vigore, tradendomi proprio sul più bello. Durai sì e no dieci secondi prima di crollare, ansimando come un cane. “Cazzo, Sophie, mi dispiace,” balbettai, mortificato, mentre mi ritraevo. “Quel tuo seno da urlo mi ha fottuto, non ce la faccio a tenerti testa.”
Lei si girò, con un sorriso lussurioso che mi fece quasi dimenticare la figuraccia. “Non ti preoccupare, prof,” disse, accarezzandomi il viso con una mano mentre con l’altra si sfiorava il clitoride, ancora vogliosa. “Per essere un ultracinquantenne, hai spaccato. E poi, guardati: sei riuscito a entrarmi nel culo dopo avermi sborrato sulle tette. Non è da tutti.” Mi fece l’occhiolino, con un’aria tra lo sbarazzino e la troia più sfacciata che avessi mai visto.
“Non si sa mai, magari la prossima volta riesco a impalarti per davvero,” promisi, con un ghigno furbo, tentando di estorcere un altro incontro. “Mah… si vedrà,” ridacchiò lei. In ogni caso, anche sotto l’aspetto scientifico, la serata era stata un successo. Dopo aver dimostrato la spaghettificazione dell’uccello all’avvicinarsi al buco nero. Ed avendo osservato il rallentamento del tempo nei pressi del buco nero.
Ero stato anche in grado di correggere l’affermazione formulata sulla base della teoria della Relatività generale di Einstein. Che recita: “Nei buchi neri si può entrare ma non si PUÒ uscire.” Andava corretta in: “Nei buchi neri si può entrare ma non si VUOLE uscire.”
Ma erano giunte le due, e Jean, preciso come un cazzo svizzero, bussò alla porta. Diedi un ultimo bacio a Sophie, la sua lingua che ancora sapeva di me. Le sussurrai: “Grazie, questa è stata la serata più porca della mia vita.” Lei mi strizzò l’occhio, con quel sorriso da maiala che mi fece quasi pentire di lasciarla andare. Scivolò fuori dalla stanza, il culo che ondeggiava sotto la vestaglia di seta come un invito a inseguirla.
Ero distrutto, l’uccello ridotto a un relitto dopo la scopata epica e quella spagnola che mi aveva prosciugato. “Jean, dammi un attimo per riprendere fiato,” ansimai, crollando sul letto. “Posso farmi una doccia e ricompormi?” “Cazzo, Giovanni, stai pure quanto vuoi,” rispose lui, con un ghigno da gran figlio di puttana. “La stanza è tua, nessuno ti romperà i coglioni. Riposati, che sembri uscito da un porno hardcore.”
Mi fece l’occhiolino e sparì, lasciandomi solo con l’odore di Sophie che ancora impregnava le lenzuola. Mi lanciai sul letto, il cazzo floscio come un preservativo bucato. Ma quelle lenzuola erano una droga: puzzavano di figa, sudore e sborra, un mix che mi mandava il cervello in pappa. Ripensai a come Sophie mi aveva succhiato, scopato e fatto urlare. Nonostante fossi sfinito, il mio uccello iniziò a pulsare.
“Porca troia,” borbottai, afferrandolo. Lo smanettai con foga, immaginando di nuovo quel culo perfetto che si allargava per me. In pochi minuti schizzai un ultimo, patetico getto sul lenzuolo, gemendo come un adolescente in calore.
Rimasi lì, immobile, per una buona mezz’ora, ansimando, con il cuore che martellava e il corpo che gridava pietà. Poi, mi trascinai sotto la doccia, l’acqua fredda che mi riportava alla realtà, e mi rivestii, pronto a tornare a casa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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